Into the wild: una via per la redenzione

Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada.  – Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.

A dirlo è proprio il ragazzo che si stancò di essere il privilegiato Cristopher McCandless e decise di diventare Alex Supertramp. Indignato, rivoluzionario, libero, Cristopher ( Emile Hirsch ) non tollera il becero materialismo di cui la sua famiglia, che sta in piedi solo in quanto azienda, in quanto immagine, rappresenta un perfetto emblema. Si rivela presto impossibile convivere con la patetica appariscenza dell’uomo, con gli stereotipi, con l’attaccamento alle cose. Decide dunque di tagliare i ponti con quel mondo a cui è intollerante e parte alla volta di un’esperienza spirituale che ha come obiettivo finale l’Alaska, il suo luogo ideale, lontano da ogni volgarità consumistica .. verso la natura selvaggia.

Sean Penn, regista di Into the wild, questo piccolo capolavoro, pennella sugli occhi dello spettatore inquadrature di incontaminata magnificenza: ruscelli, montagne e lande deserte sono gli unici rimedi per la redenzione del protagonista che trova pace solo nei luoghi in cui l’uomo non può nè deve avere l’ultima parola. I colori e i rumori tipici delle terre di nessuno sembrano allacciarsi senza il minimo attrito alle quasi ancestrali melodie composte da Michael Brook e interpretate da Eddie Wedder, con l’effetto di un’immedesimazione quasi totale nella missione anticonformistica di Alex, che scappa e si allontana sempre più dal mondo da cui è stato così volgarmente accudito.

Il viaggio non riserva però solo panorami mozzafiato. Nei due anni di viaggio, Alex incontra più personaggi. Jan e Raney, una coppia hippie; Wayne Westenberg, un giovane trebbiatore del South Dakota; Tracy, cantautrice hippie; Ron, un anziano incapace di uscire dalla profonda coltre dei suoi ricordi. Come un profeta, diffonde la sua parola di amore e libertà sconvolgendo chiunque incontri durante il cammino. Ogni personaggio quasi esita di fronte a chi ha donato in beneficienza migliaia di dollari ed è partito per un viaggio on the road sulle tracce di una pace interiore, uno stato mentale che solo la primordiale e divina natura può permettere.

Ma vivere nella natura non è facile, nella sua crudele eppur normale spietatezza. La carne di un’alce cacciata per l’inverno va a male e Alex comincia lentamente e progressivamente ad essere dilaniato dalla fame. Spinto dal suo ingente bisogno di cibarsi, ingerisce i frutti velenosi di una patata selvatica; ma proprio l’estremo atto per la sopravvivenza, lo piega tragicamente verso la morte, che lo porta con sé concedendogli giusto il tempo per comprendere l’ultimo e supremo insegnamento della vita: “happiness only real when shared” scrive tra le pagine di un libro che era solito leggere, “la felicità è reale solo se condivisa“. Alex si spegne guardando il cielo e cala il sipario.

E dopo aver visto Into the wild, dopo aver conosciuto la storia di Alex Supertramp, dopo aver probabilmente speso una lacrima, “riuscireste a vedere … quello che vedo io ora?”

Fabio Privitera

 

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